Ritorno a Casa

Il titolo e in generale il progetto, esplorano i miei ricordi d’infanzia più remoti, in maniera abbastanza spontanea, in una sorta di automatismo del pensiero.

Infatti il titolo è il testo di una canzone che sentivo cantare da mia madre in macchina ogni volta che tornavo dalle vacanze estive; le immagini sono fotografie (dai tratti volutamente sfocati e dai colori accesi e irreali) di alcune stanze della mia casa d’infanzia e luoghi in cui giocavo da bambina, con l’intenzione di esprimere ciò che per me significa il concetto di “casa”, ovvero tutte quelle situazioni in cui io mi sono sentita al sicuro.

Tecnicamente, sono delle pellicole da 35 mm modificate chimicamente con sostanze ossidanti, stampate su carta fotografica. Successivamente alla stampa, ho inciso attraverso la punta da incisione sulla fotografia, creando quindi dei segni bianchi, luminosi, come se fossero quei segni a riportare quei luoghi in un passato giocoso, spensierato, a tratti malinconico e solitario, ma pieno di vitalità. Questi segni incisi vanno intesi proprio come luminescenze, luci accese nel buio della coscienza, con il compito di illuminarmi, ricordarmi cosa significasse per me quella spensieratezza, quell’allegria, quella sensazione di sicurezza andata sbiadendosi con il passare degli anni, ma che è potuta ritornare e vivere nuovamente in me, grazie all’utilizzo Trasformativo Consapevole delle immagini.

La parte tecnica del progetto utilizza in parte, l’errore fotografico come punto di partenza per creare nuove spazialità. La lettura del libro “L’errore fotografico” di Clement Cheroux è stata importante per evolvere con più sicurezza immagini a partire da “errori” (ovvero tutto ciò che i manuali di fotografia per fotoamatori non ti consiglierebbero mai di fare).